Una BELLA sconfitta, e il senso di missione :)

Ieri la squadra del rugby Vallecamonica ha perso.
La sconfitta è sempre amara ma ci sta tutta. Il Cologno Monzese ha giocato bene, ha dimostrato una crescita notevole nella tecnica, nella forza ma soprattutto nella testa, una mentalità veramente vincente. Per quanto riguarda la squadra che noi abbiamo deciso di seguire, il Rugby Vallecamonica, bisogna rilevare alcuni atteggiamenti positivi. Togliendo i primi 10 minuti nei quali la squadra è apparsa disorientata e confusa, il resto della partita ha messo in luce un cambio di tendenza, i ragazzi stanno tornando come all’inizio del campionato, sta tornando la voglia di vincere ma soprattutto la voglia di giocare divertendosi.
Ora, una sconfitta non è cosa negativa di per sé, lo è se non la si trasforma in occasione di crescita, lo è se ci si lascia scoraggiare…Lo abbiamo gia detto, il gioco del rugby è come la vita (vedi l’articolo), è un trasposizione mitologica del quotidiano… nel rugby come nella vita la strada per la vittoria è lunga e difficile. Ciò che serve è l’allenamento per riuscire a percepire la strada verso la vittoria come un piacere e non come una sofferenza. E’ come scalare una montagna, per qualcuno è un piacere e per altri è un calvario.
Bisogna puntare dritti alla meta ripetendosi ogni giorno: OGGI PIU’ DI IERI E DOMANI PIU’ DI OGGI, oggi più di ieri e domani più di oggi… abbiamo dato il 100% o ci siamo risparmiati? Ma quale è la meta? Quale è la guerra da vincere? Domanda complicata e risposta ancora più ardua.
Per ora due punti:
1 – Nel rugby, come nella vita, su cosa vinciamo? Sull’altra squadra? Oppure sempre per attingere ad esempi dal qu0tidiano… sul datore di lavoro  stronzo? Sul mondo che non ci capisce? Sulla fidanzata che ci ha mollato? Su una malattia che ci fa star male? La risposta è semplicemente No, No, No… la vittoria è sulle paure,  sul nostro “piccolo io” che ci rende egoisti, collerici, depressi e che ci impedisce di vedere la grandezza del mondo, in una parola: sui nostri “demoni”…  E la vittoria la si costruisce a piccoli passi, migliorandoci giorno per giorno e prendendo la sconfitta di una battaglia come occasione di crescita per vincere la guerra. Nel rugby si dice che una meta la si costruisce un centimetro alla volta avanzando sempre senza mai indietreggiare, è proprio così, guardare sempre avanti e mai indietro, sempre avanti.
2 – Il secondo punto è sul “noi e gli altri”. Come detto non si gioca contro l’altra squadra, come dice sempre il ghiro (l’allenatore) si gioca con e non contro. Come detto i nemici da battere sono i nostri demoni non il Cologno MOnzese o altre squadre, loro in realtà sono compagini di gioco. Ma… perché facciamo questa guerra contro il “lato oscuro della forza” (per citare guerre stellari)? Lo facciamo per noi? Solo per noi? no, non avrebbe senso parlare di grande vittoria, i demoni continuerebbero a vincere. Noi lo facciamo perché migliorando noi stessi miglioriamo il nostro ambiente creando una reazione a catena che può cambiare il mondo intero.  Scusate se mi ripeto ma ricordate il caso Sud Africa con la squadra di rugby e Nelson Mandela.E allora la partita di ieri è stata positiva perché ci serve per crescere ed anche perchè in campo sono scesi tre ragazzi dell’Under 19, tre giovani leve, sono i giovani il futuro di questo sporto (come dice Mirco Bergamasco in questo video) e il futuro del mondo… e la prima squadra sta spianando loro la strada, questa è la vittoria,  ragazzi della prima squadra non mollate mai e siate buoni esempi!! La vostra è una grande occasione.
Si tratta di una rivoluzione, è una rivoluzione umana quella che dobbiamo compiere… ricordiamoci: per vincere una partita di rugby serve si la tecnica e la forza fisica ma ancora di più serve il cuore e la testa, serve il coraggio del leone e la capacita di vedere la squadra intorno a noi… come dice Galimberti: la vittoria è sempre più una questione di testa.E allora forza, rimbocchiamoci le maniche, divertiamoci (è fondamentale) e miriamo in alto e lontano… per non mollare non serve un obiettivo grande ma serve un obiettivo impossibile.
Mettiamoci mete a 5 e 10 anni e miriamo senza sosta al loro raggiungimento.Quindi la sconfitta di ieri è stata una fantastica sconfitta, usiamola e andiamo avanti.
Comunicazione di servizio: Ricordo che Mercoledì mattina, in anteprima, la partita con commento di Romano Minoia, le interviste ai ragazzi dell’UNDER 19 ed una chiusura del Rugby Monza da non perdere (un po’ XXX).   
Annunci

Perchè ci piace il Rugby? – Parte 1^: L’eroe

  

Sono tanti gli sport belli, appassionanti, coinvolgenti, se ne potrebbe fare una lista lunghissima.
Citando uno che veniva mandato da se stesso (Lubrano): “la domanda sorge spontanea”. Perché abbiamo scelto di praticare o semplicemente seguire il rugby? Ecco una possibile risposta: perchè il rugby è un condensato di simboli mitici. Pensateci, giocatori come Jonah Lomu (Impossible is nothing), Colin Meads, Dellaglio etc. etc. (lascio a voi la possibilità di finire la lista dei grandi) sono la raffigurazione moderna dell’eroe. Cos’è l’eroe? L’antropologo JOSEPH CAMPBELL diceva, nel libro il potere del mito, che l’eroe è colui che decide di attraversare una foresta piena di insidie, una foresta senza luce, profonda, tenebrosa. L’eroe scende in profondità e combatte contro i demoni, i suoi demoni. che altro non sono che le paure, le incertezze, gli attaccamenti. L’eroe alla fine vince sempre perché non si scoraggia mai e vive le difficoltà, la sofferenza, come occasioni di crescita.  Alla fine, dice Campbell, l’eroe attraversa la foresta e raggiunge la luce e trova un tesoro da riportare in superficie. Ovviamente la foresta, i demoni, la luce ed il tesoro sono tutti simboli di battaglia e vittoria dove la vittoria è determinata essenzialmente dalla grandezza degli intenti e dal coraggio. Mentre la foresta non è altro che la ricerca individuale verso l’interno, introspettiva alla ricerca della forza vitale che esiste in ogn’uno. Questo ben lo sapeva Lucas quando scriveva “Guerre Stellari” (il mito della “Forza sia con te”) e Dante Alighieri nel suo viaggio dall’inferno al paradiso (simbolo anche di un percorso individuale).

Ma cosa c’entra questo con il Rugby?  Beh, pensate a Jonah Lomu, pensate a come dopo aver vinto tutto si sia ritrovato con un rene fuori uso e con la dialisi da fare e come nonostante questo lui sia riuscito a trovare la forza per ricominciare, per lottare e alla fine vincere.

In Africa il mito dell’eroe è rappresentato dal leone, il re leone. Si dice che quando “il leone ruggisce ai cani marciscono le budella”. Ovviamente i cani sono i nostri demoni. Cosa vogliamo essere noi? Cuccioli di leone o cuccioli di cane? Possiamo scegliere ma alla fine o si vince o si perde. E badate bene, per l’eroe la vittoria non è la ricompensa finale ma la lotta stessa è la vittoria. Il Rugby insegna: “non importa se si vince una partita ma come la si è giocata”. sempre in merito al Re leone, All’africa ed al Rugby non  vi pare simbolico che proprio il rugby sia oggi il simbolo delal vittoria sulla segregazione raziale in sud africa? e che Nelson Mandela, il grande Nelson Mandela (che ha lotato in silenzio nella sua prigione per oltre 20 anni) identifichi nella squadra del Sud Africa un simbolo positivo da diffondere e tramandare?

Alla fine di una partita ci si deve domandare: “ho dato il 100%”, “ho tirato fuori tutto il coraggio di cui dispongo?”. E questo vale anche nella vita.  Dare il 100% significa non mollare mai e mettere sempre il massimo sia nelle grandi che nelle piccole imprese senza mai sottovalutare la sfida. Si dice che il leone impieghi la stessa energia sia per combattere un potente nemico che per combattere una formica. Ma l’eroe combatte per sé? L’eroe non combatte mai per sé perché lui sa che il se e gli altri sono la stessa cosa, per dirla alla “Rugby” il singolo giocatore e la squadra sono la stessa cosa… sono la Forza della frase “che la forza sia con te”… domandiamoci: è meglio un passo fatto da cento persone o cento passi fatti da una sola persona? Non so, dipende, ma questo è argomento della prossima puntata di “Perché ci piace il rugby”.

E lal fine torno a proporvi un video di Nelson Mandela: L’eroe, il Re Leone… ascoltate la sua voce, la sua voce è il ruggito del Re Leone… 20 anni in prigione, solo, a riflettere e pensare, senza ai perdere il sorriso e la speranza… come dovrebbe essere nel rugby e nella vita…

Un ct nero per il Sudafrica

Il mondo sta cambiando e certe volte lo fa in meglio… quella che stiamo per dare è una notizia importante che dimostra acora una volta il valore sociale del rugby.

Il Sud Africa ha scelto un Ct di colore, un nero… ma perché questo fatto è così importante? Facciamo un bel passo indietro e torniamo al 1990. 

Era  l’11 febbraio del 1990, quel giorno il Presidente sudafricano F.W. de Klerk ordinò il rilascio del Premio Nobel per la pace Nelson Mandela in carcere dal 1962 e condannato all’ergastolo il 12 Giugno del 1964.  La liberazione di Mandela segnò la fine dell’Apartheid. 

L’Apartheid (termine in lingua afrikaans che significa “separazione”) era la politica di segregazione razziale istituita dal governo del Sud Africa dopo la fine della seconda guerra mondiale. 

L’Apartheid teorizzava con una folle filosofia di stampo nazista la superiorità degli Afrikaner (popolazione del Sud Africa di pelle bianca) sui neri che rappresentavano l’80% della popolazione.

Nel 1948 gli Afrikaner al potere istituirono leggi raziali molto severe e privarono i neri di ogni diritto, in molti casi anche del diritto di cittadinanza.

Queste leggi furono imposte con la forza, con atrocità, con efferati omicidi e terribili torture.

Nemmeno il mondo dello sport fu immune da questa follia razziale e razzista. Fu decretato che il Rugby era sport riservato solo alle persone di razza bianca mentre il calcio poteva essere giocato dai neri.

La squadra di Rugby del Sud Africa, conosciuta anche come Springoks (dal nome di un’antilope), divenne in breve tempo il simbolo dell’Apartheid ed ogni sua partita diventava motivo di scontro tra i neo nazisti e gli oppositori della segregazione razziale.

Durante i tornei parte dei tifosi salutavano l’entrata in campo de S.A. con il braccio teso, il tristemente famoso saluto nazista, mentre i giovani delle Università accorrevano a manifestare chiedendo la fine della Apartheid e la liberazione di Mandela. Il peggio si ebbe con il mondiale del 1971 disputato in Australia.

 Come detto con la liberazione di Nelson Mandela negli anni ’90 ci fu la fine dell’apartheid: nel 1994 ci furono le prime elezioni democratiche a suffraggio universale con la schiacciante vittoria dell’ANC (African Native National Congress) di Nelson Mandela.   Nelson Mandela

Nel 1995 nacque la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” un’esperienza senza precedenti, una commissione creata per raccogliere testimonianze sulle violazioni dei diritti umani e concedere l’amnistia a chi confessasse spontaneamente e pienamente i crimini commessi agli ordini del governo.

 Ma torniamo al Rugby. Era il 23 marzo del 1992, le due organizzazioni che gestivano separatamente lo sport praticato dai bianchi e quello praticato dai neri diedero luogo a una fusione che generò la South African Rugby Football Union, quella che dal 2005 divenne l’attuale South African Rugby Union (SARU). Nella squadra di Rugby del Sud Africa iniziarono quindi ad entrare giocatori neri, i neonazisti abbandonarono gli spalti e la squadra degli Springboks divenne il simbolo di una pace possibile. Nel 1995 il Sud Africa divenne la squadra Campione del Mondo e trai suoi convocati vi era Chester Williams, primo giocatore di colore nero a vincere un mondiale con gli Springboks. La squadra venne premiata da Nelson Mandela in persona. 

Il rugby dimostrava ancora una volta d’essere uno sport capace di esprimere valori mitici.peter2-140x180.jpgpeter2-140x180.jpg

Peter de VilliersDi ieri la nuova storica decisione: la federazione sudafricana di rugby, che nello scorso ottobre in Francia si è laureata campione del mondo, ha nominato un nero alla guida della nazionale. Il nuovo ct degli springboks è Peter de Villiers, finora tecnico della nazionale under 21, con la quale si è laureato a sua volta campione del mondo nel 2005. L’annuncio è stato dato dal presidente della federazione, Oregan Hoskins, che non ha nascosto la valenza politica della nomina: «Voglio essere onesto, e dire che questa è stata una decisione presa non solo per motivi puramente rugbistici – ha spiegato Hoskins, precisando che de Villiers ha battuto di stretta misura (per scegliere il ct il consiglio federale ha votato) la concorrenza di Heyneke Meyer, tecnico dei Bulls -. In Sudafrica questo è un momento di grandi cambiamenti». De Villiers succede a Jake White, che ha lasciato il team dopo la finale vinta a Parigi contro l’Inghilterra. Ed ora siamo ai giorni nostri, e tempo di Sei Nazioni… per ora ci consoliamo nel vedere quanto il Rugby coda di ottima salute.

VISUAIZZA VIDEO STORIA SD AFRICA

Altri video:

IL GRANDE NONNO, il leone d’Africa: Nelson Mandela

Libri consigliati:

Guarire dall’Odio per del Profess. Antonello Nociti – acquistalo