Rugby1832: italiani, troppo tifosi e poco sportivi

Se questo blog avesse come scopo quello di fare soldi ciò che stiamo per fare non lo dovremmo fare. Di cosa si tratta? Semplice, vi consigliamo un altro blog (momentaneamente si capisce). Un blog ad alto profilo per i contenuti, per la forma e per la periodicità degli aggiornamenti. Sia noi che loro da un po’ di tempo cerchiamo di analizzare il mondo dei media per capire il perchè di tanto silenzio sul nostro sport (e sugli sport che non siano il calcio). Sia noi che loro concepiamo il rugby come un insieme di valori davvero alti, filosoficamente avanti. Loro sono un po’ più tecnici di noi, noi spesso usciamo dalla via e ci mettiamo a parlare di altro. Loro, dobbiamo dirlo, sono forse più precisi ed hanno sicuramente meno errori di battitura, che a noi spesso scappano. Ci assomigliamo ma siamo diversi. Il blog che vi consigliamo con ogni probabilità già lo conoscete, è Blogosfere Rugby 1832. In particolare vi segnaliamo un’analisi molto interessante che svela in modo chiaro il rapporto tra gli italiani e lo sport. In questo articolo si giunge alla conclusione: “gli italiani sono molto tifosi e poco sportivi”. Bello, bell’articolo, complimenti. Andate a vederlo – questo è il link – vi ci mandiamo volentieri infondo Internet è questo: socialità e condivisione. Noi concordiamo in pieno con quanto è stato scritto nell’articolo sopra citato. Se qualcuno ha la fortuna d’avere amici o parenti non italiani si sarà forse accorto di come vivono lo sport. Per prima cosa non c’è solo il calcio e non c’è solo uno sport: guardate olandesi, svizzeri, inglesi, francesi… praticano il ciclismo, il canottaggio, il rugby, la pallanuoto, il tennis… E la cosa bella è che lo vivono con molta più serenità, credono nell’importanza della vittoria ma ancora di più credono nel valore sociale e psicologico dello sport. Noi italiani siamo così bravi ad accorgerci di chi vince, siamo sempre dalla parte del più forte e subito pronti salire sul carro dei vincitori. In Italia cè un’abitudine atavica al delegare, cerchiamo sempre fuori, siamo terribili tifosi, vogliamo il modello da copertina, l’immagine sacra ma sempre pronti a mettere in croce ad indicare il Giuda.

Guardiamo il calcio, in Italia si parla ormai solo di quello, è di per sé uno sport eccezionale: è popolare, semplice, essenziale, si può giocare ovunque. Il calcio è uno sport povero e pieno di umanità ma è stato ridotto male, molto male. ma perchè piace così tanto ai poteri forti? al grande business? La teoria nostra è questa: si adatta fedelmente alla necessità del “trovare la guida esterna”. In un certo senso i calciatori, gli allenatori, i presidenti sono una sorta di ordine religioso, di preti e prelati dai quali dipendere. I tifosi danno loro tutta la fede di cui dispongono ma guai a perdere, guai a cadere, ci si dimostra umani. E’ forse quindi per questo che il calcio è così “spinto”, è piaciuto al mondo del business proprio per la sua semplicità ed immediatezza, è piaciuto per l’ingenuità dei tifosi pronti a farsi trascinare ovunque. Il calcio – quello dei grandi club – è ormai uno strumento commerciale di plagio, un’arma del marketing disumanizzante e svalutante. Non vogliamo iniziare una campagna moralizzatrice, quindi diciamo semplicemente: partiamo da noi e proviamo a diventare un pò meno tifosi ed un pò più sportivi. Partiamo dalla partita di domenica, comportiamoci da tifosi maturi qualunque sia il verdetto.

Annunci

Capello vieta la Play Station ma del rugby non se ne parla

Ancora una volta in tv, passando da SkyTg 24 al TG di Rai Uno, del rugby non se ne sente parlare. (leggi la nostra analisi sui media: “Paolini: uno dio noi” e “quando il rugby intacca il sistema“). In compenso abbiamo saputo che Moratti da della “banda di truffatori” a quelli della Juventus e che quelli si difendono parandosi dietro lo scudo mondiale. Cobolli Gigli, dirigente Juventino, afferma “così Moratti da del truffatore all’allenatore che ha vinto il mondiale di calcio” che nel nel 2002 vinse lo scudetto” (quello della discordia). Poi la difesa organizzata da Gigli passa all’utilizzo dell’immagine di Buffon con l’insinuazione “attenzione dando della banda di truffatori alla juve state offendendo un viso candido come quello di Buffon”. E lui, Buffon, non si indigna? Credo che le conversazioni telefoniche di Moggi le abbiano lette un po’ tutti. Facendoci del male continuiamo ad ascoltare i tg ed allora veniamo a sapere che Capello ha vietato ai giocatori dell’Inghilterra l’uso della Play Station e l’uso di calzoncini corti in situazioni ufficiali. Ma la cosa più bella è il Tg sportivo di Sky che apre con “questa sera parliamo di nazionali” ed allora quelli come noi dicono “ci siamo, ecco i nostri” ma nulla, le nazionali sono sempre quelle della palla sferica. Insomma, non ci vogliono, non interessiamo. Eppure, lo abbiamo già detto, non vi è un motivo plausibile: il rugby funziona, le persone lo seguono in numero sempre maggiore, gli sponsor partecipano. I tifoni e giocatori di rugby sono un po’ come certi bambini intelligenti, ben educati, forti, che a scuola vengono sbeffeggiati e che poi, da adulti, si ricavano una quotidianità professionale e familiare invidiabili. Questa è l’Italia, o comunque una parte. E pensare che in paesi come l’Inghilterra uno come Wilkinson è – secondo i sondaggi – più popolare di David Beckam. Questa è l’Italia dei media, anzi dei mass media.

Le donne del Rugby Valle Camonica

In un attimo di pausa ci siamo messi a “spulciare” il forum del Rugby Valle Camonica al quale questo blog è linkato, ed antrando nella discussione “Donne del rugby” abbiamo scoperto un mondo animato ed affascinante. Vi riporto un messaggio ad esempio su tutti, da una “postatrice” anonima: <<ciao sciura eccomi qua!!! sono d’accordo con te che il fango intasa il filtro della lavatrice, ma vuoi mettere la soddisfazione nel vedere i nostri bimbi distrutti e tutti pieni di lividi e sbucciature, che dormono sereni nei loro candidi lettni, dopo aver vinto una partita come quella di ieri. bacioni>>. Beh, non c’è altro da aggiungere se non che con questa testimonianza si conferma ancora la straordinarietà di questo sport.
Ricordiamo che questa sera sarà pubblicata la partita Valle Camonica vs. Desenzano.

Care mamme del rugby vi rimandiamo, ancora una volta, ad una bella dedica per i vostri figli: “Siete il futuro di questo sport” (clicca qui per vedere il video)

Maco Paolini: uno di noi

Nel suo articolo sul GIornale il giornalista Cristiano Gatti afferma: << Confesso in tutta lealtà che sono di parte: nel ramo artisti da palcoscenico, Paolini sta in cima alle preferenze. Sta con i Benigni, con i Bergonzoni, con i Brachetti. Ciascuno a modo suo. Tutti quanti baciati smaccatamente dal genio.>> Verò, un passaggio questo che sintetizza in modo perfetto la grandezza di Paolini. Vi invito a leggere l’articolo. Io aggiungo un altro aspetto: Paolini è uno che non si piega. E’ difficile vederlo in TV, ogni tanto riusciamo ad assaporarlo su Rai Tre o su La7, le tv che personalmente preferisco ma che aime hanno un audience molto, molto lontana da quanto segnano le ammiraglie RaiUno e Canale5. Perché i dirigenti delle emittenti si ostinano a non voler far passare in prima serata, sulle emittenti più importanti, prodotti di qualità e di elevato spessore culturale e sociale?

Forse perché le indagini di mercato indicano gli italiani come una massa informe priva di coscienza e con livello culturale medio-basso? Forse si, considerato ciò che certi politici si stanno permettendo in questi giorni.
Ma poi, ad un’analisi più attenta, scopriamo che gli ascolti delle grandi emittente scendono, lentamente ma scendono, e che gli italiani diventano consumatori sempre più attenti e che spesso preferiscono Internet alla TV. Pensate solo che Benigni in primaserata ha fatto quasi 10 milioni di telespettatori (è molto) ma poi lo hanno buttato in seconda serata (perchè?). Esistono schemi sinottici di Eurisko e Piepoli che denotano come la TV tradizionale sia oramai più ad uso di anziani, pensionati e delle poche massaie di Voghera ormai rimaste. Perché i direttori di rete si rifiutino di dare spazio ai grandi gia lo abbiamo spiegato nell’articolo “Quando il Rugby intacca il sistema”. Ora in queste poche righe ciò che più ci interessa è unirci a Cristiano Gatti nel suo elogio volutamente fazioso a Paolini. Marco Paolini è uno che studia, fa ricerche molto approfondite prima di costruire uno spettacolo. Nel suo lavoro ci mette militanza politica, non politica di partito ma nel senso più alto del termine. Lui mette in scena se stesso, si espone, mostra il petto a ciò che c’è di più negativo nella società moderna. Si rifiuta di concepire uno spettacolo culturale solo come un lavoro grazie al quale mantenere la famiglia. IL suo modo di lavorare costa molta fatica, i risultati economici arrivano solo dopo molti anni di “fame” (come si dice nell’ambiente televisivo) e non si diventa mai ricchi (ormai obiettivo principale della maggior parte degli italiani). Lui no si piega e mantiene un profilo alto, uno stile proprio, fatto di essenzialità, intelligenza e capacità di analisi. Guardate la regia televisiva che confeziona i suoi programmi tv. Utilizza una tecnologia scarna, telecamere economiche, poche luci, tutto è essenziale. Quasi non volesse sovrastare i contenuti con la forma. Per lui la forma viene dopo, ciò che conta è il messaggio, ma quale messaggio? Quando Paolini recita è come se ci dicesse in continuazione: “svegliatevi”, alzatevi e date il massimo. Non fatevi scoraggiare dai poteri forti, non fatevi comprare dall’economia selvaggia e “disumanizzante”. “Riumanizzatevi”, tornate ad essere uomini e abbandonate lo status di “utenti” e “consumatori”. Smettetela di comportarvi come carne da macello e tornate ad usare la testa! Paolini rappresenta l’Italia umana, quella che sta per scomparire, quella dei nostri nonni, di quando i rapporti umani potevano anche essere tesi e poco eruditi ma comunque sempre reali, veri, autentici. Non come oggi, solo in questi giorni, nel parlamento italiano abbiamo avuto uno spettacol0o antitetico a quanto Paolini propone, uno spettacolo triste che si è consumato con l’ultimo colpo di scena: la lettura di una delle più belle poesie del grande Pablo Neruda (vedi il video). Come se questo sistema volesse a tutti i costi macinare tutto ciò che c’è di più bello. Perchè è proprio così il sistema televisivo che no nci piace macina, ingloba, mastica e sputa. Pensate un attimo anche Beppe Grillo, può non piacere (in molti lo ritengono populista, noi non entriamo nel merito) ma guardate che non è un caso se nelle tv nazionali sono sempre più presenti gli imiatori di Grillo, lo si vuole cannibalizzare. Le grandi emittenti televisive non fanno mai nulla per caso, ogni “cosa” prodotta è frutto di precise strategie. Per fortuna ci sono uomini come Marco Paolini, per fottuna c’è il rugby, per fortuna c’è Internet.
VEDI UNA PARTE DELLO SPETTACOLO: Aprile ’74 e ’75 CLICCA QUI
Leggi anche l’articolo: Marco Paolini il Rugby Che ci Piace >>
OPS, ed oggi ci scappa pure questo link (clicca qui, scusatemi)

Informazione integrativa. Da chi è composto il consiglio di amministrazione di Auditel? Eccovi il consiglio di amministrazione:

Mario Preve

UPA (inserzionisti RAI-Mediaset)
Valeria Monti UPA
Ruggero Ariotti UPA
Valter Hartsarich Assap (come per UPA)
Marco Testa Assap
Claudio Breno UNICOM
Francesco De Domenico RAI
Carlo Nardello RAI
Giancarlo Leone RAI
Mario Bianchi RAI
Rubens Esposito RAI
Claudio Cappon RAI
Filippo Rebecchini FRT
Giuliano Adreani RTI GRUPPO MEDIASET
Luigi Colombo RTI GRUPPO MEDIASET
Alessandro Salem RTI GRUPPO MEDIASET
Marco Paolini RTI GRUPPO MEDIASET
Antonio Campo Dall’Orto LA 7

Lettera aperta alla Nazionale Italiana…

…alla luce dei fatti che avviliscono la nazione
Se le cose procedono come è prevedibile che sia gli Azzurri si troveranno al 6 Nazioni in piena crisi di governo, forse la più brutta crisi della storia della Repubblica Continua >>

Rugby Vallecamonica: Le donne del rugby e le mamme del rugby

Una mamma del rugby ci fa sapere dal forum che: <<il rugby è davvero una sport straordinario nonostante fango, botte e sbucciature, te lo dice la madre non di un ragazzino ma di una RAGAZZINA che ama questo sport sopra ogni altra cosa e che darebbe l’anima pur di poter giocare tutte le domeniche>>.  

In queste poche righe c’è tutta la forza che solo una madre sa esprimere. C’è qualcosa di “mistico” nel sentimento materno, di assoluto e di infinito. Quando parla una madre a parlare è la forza della vita e le tre righe qui sopra dicono tutto. Noi ne siamo convinti per molti versi le donne hanno una marcia in più, noi confidiamo molto nelle donne per indirizzare la nostra società verso un futuro di coesistenza pacifica, di equità e pace. Questa premessa era d’obbligo.

Detto questo noi non possiamo che sostenere con tutte l’energia di cui disponiamo l’impegno delle donne nel rugby. Vogliamo rispondere direttamente alla Mamma che ci scrive offrendo la nostra disponibilità per seguire e raccontare (anche in video) la squadra femminile del Rugby Valle Camonica.  

Anche nel contesto dello sport femminile il rugby ha molto da dire. Il nostro sport affronta da sempre tutti i tabù culturali e sociali che in un modo o nell’altro limitano la liberta dell’individuo. Per libertà intendiamo la circostanza ideale nella quale un individuo è messo in condizione di poter esprime il meglio di sé ed auto realizzarsi. Il rugby è per sua natura contro tutto ciò che limita il processo di auto determinazione.

Il rugby è per sua natura uno sport che unisce, che include, in una squadra tutti trovano posto: gli alti, i bassi, i grassi i magri: c’è un ruolo per tutti. Esistono anche importanti esperienze di tornei internazionali di rugbisti in sedia a rotelle.  Il rugby ha sgretolato l’abominio dell’Apartheid in Sud Africa (vedi il nostro articolo a riguardo), ha tenuto unita l’Irlanda (approfondisci l’argomento), sta affrontando il tabù dell’omosessualità ed ora affronta con grande determinazione il problema della discriminazione sessuale operata dagli uomini sulle donne. Lo fa però senza sventolare bandiere ideologiche, semplicemente prende atto di un’emergenza sociale e si adopera per porvi rimedio. Attenzione, non parliamo del rugby come di un’entità astratta ma di persone in carne ed ossa che sono, ad esempio: la federazione italiana di rugby (la FIR), società, giocatori professionisti e dilettanti. Sta di fatto che il rugby sta diventando sempre più anche un gioco femminile.

In molti si adoperano per dare una mano all’emergente mondo del rugby femminile ma la verità è che sono proprio loro, le donne, le artefici di questa nuova tendenza. In certi campi, soprattutto nel Sud Italia, nei piccoli paesi di provincia, ci sono piccoli gruppetti di eroine che lottano per affermare il loro diritto di praticare liberamente uno sport rischiando anche di incorrere nella moderna caccia alle streghe fatta di scherno ed emarginazione sociale. Ricordiamo a tale proposito che venerdì 1° febbraio 2008 la nazionale italiana femminile aprirà il 6 nazioni con l’incontro Irlanda-Italia.

In una recente intervista apparsa su Repubblica Michela Tondinelli, mediano di apertura della Benetton, afferma: <<Le belle sono belle e le brutte brutte. C’è chi ha figli e chi è ‘maschile’. Ma perché, gli altri sport non tolgono femminilità? Andate a vedere le botte che si danno in una partita di basket”. Daniela Gini capitana della Red&Blu le fa eco: << So soltanto che giocare vuol dire avere coraggio, mettersi alla prova, accettare le sfide. E poi ci piace il contatto fisico>>. Ora non resta che seguire al Sei Nazioni questa nostra Nazionale femminile, sostenendole ricordandoci che la squadra femminile ottiene ben poche sponsorizzazioni. Affermano di essere le “le più povere delle povere”, non possono nemmeno permettersi un ritiro più lungo di una settimana, ma non se ne lamentano ed anzi ricordano che anche la Nazionale maschile era messa nelle stesse condizioni e che anche per i maschi il cambio di tendenza è avvenuto solo negli ultimi 5 anni con l’interessamento di importanti sponsor. Appuntamento biondi al primo gennaio quando il cielo d’Irlanda si tingerà di rosa.  

Un fimato da YouTube

Finisce l’Heineken Cup.. ma tutto procede bene

heineken-cup1.gif

Finisce per le italiane l’Heineken Cup. Un risultato per certi versi amaro e che denota la necessità di uno scatto di reni per il rugby italiano. Dobbiamo ancora crescere… e cresceremo. L’aspetto positivo è che vi sono ancora grandi margini ed alcuni segnali positivi. Come ha dichiarato Mallett la nazionale italiana ha iniziato un nuovo corso e ciò presume una volontà del rugby italiano di puntare sulle nuove leve e trovare nuove forze. Il verdetto della Heineken Cup non è di certo un punto di arrivo ma piuttosto un punto di partenza e le migliaia di nuovi giovani che calcano i campi nazionali ne sono la testimonianza. Stiamo crescendo e questo è un dato di fatto, basta gurdare ai risultati proprio di questa coppa  Continua>>